Sempre più difficile! Finora abbiamo percorso le valli, oggi saliamo in quota a 2500 metri. Ovviamente non a piedi, ma con una comoda funivia. Che poi comunque ci sarà da fare una bella camminata.


La partenza non è delle più precise: sbagliamo funivia! A nostra parziale discolpa bisogna dire che qui è pieno di seggiovie, cabinovie, funivie e bidonvie e se non si sta attenti ai nomi... Fortunatamente alla biglietteria ci rendiamo conto che la destinazione è tutt'altra. Dopo un rapido briefing ci rimettiamo in macchina e raggiungiamo il Passo San Pellegrino, da dove ci facciamo portare su al Colle Margherita.
Da qui è tutta un'altra vista! Si può spaziare giù nella piana e sentirsi altissimi. Ma anche perdere lo sguardo lontano e vedere le montagne intorno tanto distanti da scomparire nelle nuvole.
Il gruppo si divide dopo poco: gli "sportivi" scendono a piedi verso il lago di Cavia per proseguire poi fino al lago "dei Zingheri", dove ci riuniremo. I meno atletici fanno un bel percorso ad anello, rimanendo più o meno sempre in quota.
Non che sia tanto meno faticoso: il percorso è molto più breve ma non seguiamo un sentiero e andiamo avanti per un paio d'ore a giocare agli stambecchi.
Il che comporta anche qualche rischio: uno scarpone che scivola sui sassi e...
A proposito di sassi, qui proprio non manca dove sedersi per una bella foto ricordo.
Cammina cammina, un laghetto lo troviamo anche noi: un po' piccolo, ma talmente limpido da riflettere il cielo come uno specchio.
Le occasioni per qualche autoscatto sono numerose: qui siamo ad un punto panoramico attrezzato con un moderno dispositivo che permette di individuare facilmente il nome delle montagne che ci circondano.
Basta guardare nel tubo: ad esempio quello lì in fondo è il Monte Civetta. Altro che app sul telefonino!
Ci sono anche delle comode attrezzature per fermarsi a riprendere fiato e mangiare un panino: solo così possiamo ritrovare le energie necessarie per ritornare alla stazione della funivia e ridiscendere a valle. Alla fine il cammino fatto non è poco: nel remoto caso volessi emularci, qui sotto trovi una mappa approssimativa del percorso effettuato.


Riprendiamo l'auto con l'intenzione di raggiungere il punto d'incontro ma non è giornata: lo "lisciamo" e procediamo per svariati chilometri fino a ritrovarci nel bellunese, a Falcade.
Come spesso ci capita l'errore si rivela proficuo: il paese è proprio bello! A cominciare dall'ingresso della chiesa che inquadra i monti della Marmolada, tutto qui parla della Grande Guerra: il fronte passava proprio da queste parti e gli abitanti furono coinvolti direttamente nel conflitto.
Visto che il gruppo degli Atleti ci comunica che ha ancora parecchia strada da fare, ci tratteniamo qui e facciamo la spesa. Ne approfittiamo anche per fare un giro e scattare numerose foto. Molti i vecchi edifici interamente in legno e minuziosamente manutenuti, robusti e rustici, ma nello stesso tempo eterei, quasi inconsistenti. E nessuno ha un aspetto abbandonato: i fiori rivelano una cura continua.

Fra tanto legno spicca incongruo un vecchio palazzetto in pietra: la casa del sindaco? del farmacista? La cosa più strana è la porta d'ingresso, sontuosa ma alta poco più di un metro e ottanta: il proprietario doveva essere benestante ma molto basso di statura...
Ritorniamo al lago degli Zingari e ci rendiamo conto del perché prima lo avevamo superato senza vederlo: al momento non è poi molto grande. Poco più di una grossa pozzanghera. Nei prossimi giorni scopriremo che da queste parti non è l'unico lago a soffrire della scarsità di precipitazioni e dell'innalzamento della temperatura.
Il gruppo dei camminatori si ricongiunge dopo poco. Uno spuntino in riva al laghetto e finalmente si ritorna al campo base: oggi è stata una giornata lunga.
Ieri è stato un po' faticoso. Ed era solo una passeggiata. Oggi cerchiamo di fare sul serio: percorrere tutta la valle di San Nicolò fino alle cascate, circa 18 chilometri fra andata e ritorno.
Gli sportivi del gruppo la prendono alla larga: seggiovia di Pozza Baffaure, poi Col de Valvacin e El Zedron e di là, seguendo il sentiero lungo il crinale, fino al passo San Nicolò per poi scendere giù a valle alle cascate. E questo è il punto d'incontro, dove fermarsi per pranzo.
Noi due invece percorriamo il sentiero di fondovalle, lentamente e faticosamente. Ma per prima cosa cerchiamo chi possa intercedere con lassù per garantirci delle condizioni meteorologiche decenti.
Non funziona molto bene: procediamo fra scrosci di pioggia e sprazzi di sole. Ma chi può dire? Magari senza raccomandazioni potevamo beccare forti temporali...


Diverse baite sono disseminate lungo la valle: abitazioni di una stanza o poco più, un tempo rifugio di pastori. Ma anche vere e proprie piccole ville, graziose e desiderabilissime. Fortuna che alcune hanno provvidenziali tetti spioventi che ci proteggono da un paio di acquazzoni.
Cammina cammina cammina, alla fine scorgiamo le nostre cascate incastrate fra i monti che chiudono la valle.
Forse ci aspettavamo qualcosa di più importante, ma comunque quel che vediamo ci ripaga della fatica di arrivare fin quassù. E altre ricompense ci aspettano...
La bella Baita delle cascate, con le cameriere in costume locale, le birre artigianali e gli abbondanti piatti "tipici" sono proprio quel che ci voleva dopo tanto cammino.
Anche il ritorno è guarnito di nuvole e pioggia ma tutto sommato non possiamo lamentarci. Anzi, becchiamo pure un passaggio (a pagamento) che ci risparmia qualche chilometro e qualche goccia d'acqua.


Alla fine il bilancio di questa giornata è sicuramente positivo: abbiamo camminato tanto e mangiato altrettanto, abbiamo preso pioggia ma anche sole, abbiamo visto luoghi notevoli e ne siamo rimasti incantati.
Non ultimo abbiamo apprezzato il forte senso estetico dei valligiani: anche fra mucche e pascoli, fiori dappertutto! E ornamenti, pitture, decorazioni... Pure una semplice legnaia è abbellita o almeno ordinata e impreziosita da un ciuffo di gerani. E se un tronco secco è rimasto in piedi (qui di alberi abbattuti dalla tempesta dello scorso anno ce n'è qualche milione) si può sempre scolpire, magari raffigurando una delle divinità del luogo.
Le fiabe e le leggende della Val di Fassa sono popolate di impavidi cacciatori e di bellissime fanciulle che vivono nei boschi: quella raffigurata nel tronco qui accanto potrebbe essere Soreghina, la principessa che viveva solo alla luce del sole e che per gelosia viene sorpresa dalla notte e muore fra le braccia del suo amato cavaliere.
O Conturina, la fanciulla pietrificata dalla malvagia matrigna a causa della sua bellezza. O la fata Moena cantata da Ermanno Zanoner.
Mentre ci avviamo verso il "campo base" immaginiamo le famiglie della valle, in epoca pre Internet e TV, che si raccoglievano intorno al focolare e trascorrevano le ore buie dell'inverno narrandosi le vicende di re Laurino, di sua figlia Ladina e del mitico Rosengarten.

Percorso dal "campo base" lungo la Val San Nicolò fino alle Cascate
Era da tempo che volevamo un viaggiucchio serio e finalmente ci siamo decisi: si va in Val di Fassa.


Noi siamo poco abituati ai monti "veri". Siamo poco abituati ad averli così vicini e incombenti come qui: dove ti giri lo sguardo viene fermato da alte guglie di roccia, immense, distanti eppure sembra quasi di poterle toccare. La sensazione che se ne trae è un misto fra oppressione e serenità, qualcosa di antitetico e coerente, di semplice e complesso.
Ma non c'è solo il paesaggio lontano a lasciare stupefatti: anche l'immediatamente vicino ha un fascino che ci ipnotizza. Anche una semplice finestra socchiusa.
I colori, gli accostamenti, la cura, le decorazioni dichiarano un'attenzione al bello che accomuna gli abitanti della zona, come se qui tutti fossero artisti, pittori, scultori o semplicemente persone attente all'armonia delle cose.
Ma a questa bellezza esteriore corrispondono anche serenità ed equilibrio, grazia e incanto? In una parola: felicità?
Insomma, sarebbe bello abitare da queste parti? Chi lo sa: proviamo partendo da Pozza di Fassa, dove fissiamo il nostro "campo base".




In montagna si va principalmente per camminare. Non si può fingere di non aver capito: in montagna si cammina! Non c'è molto altro da fare, d'altro canto. Beh, se non si cammina si può sempre mangiare, attività nella quale siamo sicuramente più preparati. Ma per farlo bisogna raggiungere, rigorosamente a piedi, una malga. Quindi, zampe in spalla, ci incamminiamo per questa prima passeggiata di poco più di un chilometro. Buona parte in salita!
Malga? Ma cos'è? Scopriamo che da queste parti si chiama così il pascolo estivo in quota. Insomma una fattoria di montagna, dove - in origine - gli animali trascorrevano l'estate. Ora sono spesso trasformate in trattorie, ristoranti, paninerie. Ma la nostra prima malga, la malga Aloch, no: qui gli animali ci sono davvero e vengono prodotti in loco salumi appetitosi, yogurt, dolci e gelati. Tutti ottimi!
Percorso dal "campo base" a Pozza di Fassa fino alla malga Aloch
A Tarquinia ormai siamo di casa, quindi questo post è un po' off topic: proprio non si può parlare di un viaggiucchio. Ma volevamo rassicurarti: quando siamo qui non ci annoiamo! L'estate a Tarquinia è fin troppo piena di spettacoli e manifestazioni. Capita che nella stessa serata ci siano più cose interessanti da vedere e non si sappia cosa scegliere.
Quest'anno non abbiamo perso le Fontane danzanti del Cazacu’s: fiamme e acqua a tempo di musica. Uno spettacolo insolito, anche se non nuovo, che i villeggianti hanno gradito molto.
La sera dopo il live beach de L'urlo di Sugar, una cover band di Zucchero. C'è piaciuta molto, abbiamo fatto i coretti e agitato gli accendini. Brava la corista Sonia Tabacco che abbiamo trovato anche molto bella e simpatica... ma forse questa non è una considerazione che condividiamo entrambi.
Sulla via del ritorno come non fermarsi a Tuscania, un paese che troviamo magico! Ne abbiamo approfittato per una capatina nel mondo profumato di Aromys: da non mancare! E come non fermarsi per uno spuntino? fatto anche questo.
"Perché oggi siete a Collevecchio?"
Non dovresti stupirti: lo sai che noi amiamo andare in giro per paesini e questo è molto grazioso.
"Va bene, ma perché proprio Collevecchio?"
Perché ci piace: è piccolo, piccolissimo, ma pieno di vita, di iniziative culturali, di bella gente che si incontra ai tavolini in piazzetta. Da qui c'è un tramonto bellissimo che si scorge fra gli alberi e, se vogliamo dirla tutta, si mangia proprio bene!
"Sì, ma questo non è un posto qualsiasi: qui un tempo tagliavano teste come se niente fosse! Mastro Titta era di casa..."
Oh, le teste non le tagliavano solo qua! E ne sono passati di anni! Se proprio vuoi saperlo...
...noi stasera siamo a Collevecchio perché c'è Terry che canta con i DeAndreggae!