Week end lungo nelle Marche: si comincia dal venerdì e si comincia proprio bene, incontrandoci con una coppia di amici Alla Vecchia Cartiera di Fabriano.
Oggi di Fabriano vedremo molto poco, limitandoci ad esaminare le sue strutture ricettive: il ristorante che abbiamo scelto è in un angolo di paradiso, completo di ruscelletto gorgogliante.
Ottimo cibo, originale pur nella tradizione, abbondante, tanto da richiedere qualche riflessione nel dopo pranzo.
Ancora più interessante si rivela essere l'Agriturismo Gocce di Camarzano: una splendida villa del 1600 completamente e accuratamente restaurata. La proprietaria è una pittrice amante della natura e del bello: non poteva essere persona più sintonizzata con questo posto.
Nel pomeriggio passeggiata ad Ancona, che si tramuta in una scarpinata fin su alla Cattedrale di San Ciriaco. Splendido panorama ma piedi doloranti. Molto seccante, poi, vedere gente che viene su di corsa...
La foto che vedi si riferisce invece alla chiesa di Santa Maria della Piazza, del XII secolo, un notevole esempio di stile romanico, posta molto più in basso.
Portali e portoncini: qui c'è addirittura un vicolo con la sua porta, accuratamente restaurata.
Ancona si rivela essere tutta stretta intorno al suo porto, anzi, Ancona è un porto: non c'è un lungomare per passeggiare e dopo la piazza principale e il corso presto ci stanchiamo di andare in giro e ritorniamo alla nostra bella villa fra le colline di Fabriano.
Purtroppo il tempo peggiora e le nuvole ci accompagneranno per i prossimi giorni.
Domenica di lotta e di turismo: prima a votare, poi un tuffo nella Maremma toscana.
Il tuffo vero e proprio nelle acque di Macchiatonda di Capalbio purtroppo non è praticabile, stante le condizioni meteo non proprio favorevoli a queste latitudini. Al sud invece sono talmente impegnati a nuotare da disertare in massa le urne.
Noi siamo costretti a dedicarci alle osservazioni naturalistiche: qui puoi vedere un gasteropode in riproduzione. Dopo una lunga passeggiata sulla spiaggia siamo pronti e predisposti alla mossa seguente: trovare un ristorante interessante.
Dopo aver evitato il pur attraente locale sulla spiaggia, fallito un primo tentativo presso un'interessante osteria campagnola purtroppo inesorabilmente chiusa, scartato un ristorante rivelatosi completamente vuoto e poco accogliente, approdiamo alla trattoria Il Cinghiale, ormai quasi alle porte di Capalbio. Fuori niente di eccezionale, anzi la piazza di Borgo Carige adibita a parcheggio, con la sua chiesa di tufi a vista, il bar e la frutteria, non è particolarmente bella a vedersi. Dentro un locale ben curato, luminoso e gradevole. Menù ricco di proposte locali e di piatti siciliani che ci intrigano e ci attirano: gustiamo con piacere delle tagliatelle al pesto di pistacchi e dei ravioli di patate viola con pecorino e pancetta e poi baccalà fritto e pollo all'arancia (ottimo) e dolci di pasta di mandorle e tozzetti. Buono anche il caffè, ma non il vino: per una bottiglia decente qui bisogna spendere e noi siamo fuori budget.
Saltiamo Capalbio che abbiamo già visitato in passato e puntiamo su Manciano. Il paese ci è noto soprattutto per un saporito pecorino che apprezziamo ben stagionato. Comunque anche qui siamo già stati, ma esclusivamente per attività gastronomiche: oggi contiamo di fare una visita più approfondita.
Il paese è stretto intorno al Cassero, edificio imponente ma di piacevoli proporzioni, alto sulla pianura maremmana a difesa della Valle dell'Albegna. La zona era abitata fin dalla preistoria, come dimostrano i numerosi reperti risalenti all'età del rame e del Bronzo, custoditi nel locale museo. Non ci soffermiamo,accontentandoci di repertare il documento che vedi nell'immagine successiva: con questo riteniamo di avere acquisito dati sufficienti sulla storia di Manciano. Qui su tira un bel venticello che non invoglia a fermarsi più di tanto a leggere i cartelli informativi sparsi in giro, ma noi seguiamo il profumo del glicine e passiamo di chiesa in chiesa, di vicolo in vicolo, di raggio di sole in raggio di sole. E' ancora chiaro quando decidiamo di andar via:prossimamente ci attendono nuovi viaggiucchi.
Pomeriggio a passeggio per Orte, un paese non lontano, non frequentato ma non brutto, non turistico e dai più ricordato solo per il vicino svincolo autostradale. Eppure Orte è luogo ricchissimo di storia: probabilmente fondata da un popolo migrato dal Peloponneso, fu fiorente città etrusca e importante porto fluviale romano. Di questo passato se ne trovano ampie tracce, anche se la città è stata in gran parte ricostruita dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale.
Domenica di sole che tale non si annuncia, almeno a Napoli, da dove partiamo nonostante un cielo uggioso percorrendo la costa per raggiungere Gaeta. Qui invece la giornata è bella e calda, non tanto da portarci in spiaggia ma più che sufficiente per un giro nella città vecchia: pur avendo frequentato a lungo la zona, in passato, mai eravamo stati nelle stradine che si intrecciano fra ruderi romani e architetture borboniche. Da queste parti la storia è passata a fiumi, il problema può essere ritrovarne le tracce sotto gli strati di moderni intonaci.
Poi basta girare l'angolo per imbattersi in una targa che ricorda come Gaeta fu l'ultimo baluardo del Regno delle Due Sicilie, capitolato all'assedio delle truppe del generale Cialdini il 13 febbraio 1861. Con la resa di Francesco II di Borbone ebbe inizio lo Stato unitario del Regno d'Italia. Stupisce un po' questa scritta apertamente filoborbonica: evidentemente 'o Rre è rimasto con la sua Regina fra queste mura.
Di fianco ad una caserma ormai in malo arnese, un frequentatissimo bar: a Gaeta sembrano fare spalla a spalla il vecchio e il nuovo, il rudere diroccato e la villa di lusso, l'abitazione caetana con i panni stesi e l'albergo multistellato.
Su in alto sul vasto sperone di roccia si contendono il cielo l'imponente castello e il trecentesco tempio di San Francesco, appesantito nell'ottocento da un monumentale restauro in stile neogotico. In occasione di quella radicale ristrutturazione, inspiegabilmente fu tralasciato il campanile, distrutto dal terremoto del 1764, forse per non sminuire quello del duomo, visibile nella prima foto.
Bar, caffetterie, ristoranti e trattorie sono sparsi dappertutto: alcuni hanno le carte buone per attirare l'attenzione del "viandante" affamato, anche con un umorismo di stampo napoletano... e la scelta sembrerebbe difficile. Ma non sbagliamo andando ad accomodarci da La Locanda, in via Docibile. Un po' nascosta, un po' incongrua con la sua dicitura "cucina tipica e specialità messicane", La Locanda si rivela una buona scelta: antipasto di mare, paccheri con vongole e cozze, calamaro ripieno e dolci della casa, il tutto innaffiato da un piacevole rosé.
Una passeggiata digestiva ci porta su per la collina a scoprire fantastici panorami.
Ridiscendiamo dalla parte opposta, verso la spiaggia di Serapo: rarissimi bagnanti sfidano un mare leggermente agitato e una brezza assolutamente inadatta (per noi) al Primo Approccio dell'anno.
Prima di rimanere bloccati qui dalla contemplazione di tanta bellezza conviene avviarci, ciascuno per la sua strada: c'è chi prosegue verso il nord e chi torna alla sua terra. Alla prossima volta.